Clooney presto al cinema con Leatherheads
«Sei come quei cocktail… che prima sanno di zucchero e poi ti danno alla testa» dice sullo schermo George Clooney alla giornalista d’assalto Renée Zellweger. Le è mai capitato nella realtà di pronunciare questa frase? «No — risponde il divo — ma molte donne potrebbero pensare ciò che il mio personaggio dice dopo: “L’unica cosa che odi più di un uomo che ti corteggia è uno che non ti corteggia”».
Romantico (e brillante) Clooney.
Terza prova da regista con Leatherheads. Playboy e gentleman, 47 anni a maggio, in prima fila nelle battaglie ambientaliste o politiche per il Darfur. Certamente sostiene Obama, ma rifiuta di diventare un testimonial al suo fianco anche se fa parte della Hollywood liberal. Leatherheads uscirà tra breve in Usa e a seguire in Italia, con il titolo In amore niente regole e George concorda: «Non ci sono norme nell’innamoramento e così nascono le commedie dei sentimenti o… i drammi. Ho voluto dirigere una storia romantica, ambientata negli anni Venti: parla di football, di eroi di guerra, di un terzetto con diverse sorprese: io nei panni dell’allenatore “Dodge” Connolly, la giornalista Lexie e il campione ed eroe Carter Rutherford (l’attore John Krasinski)». Aggiunge: «Comunque, Lexie è una brava giornalista e sceglie il sottoscritto, anche se la corteggiava il campione di football… Oggi ci sono donne più ambiziose degli uomini, anche nei compromessi che scelgono».
C’è chi lo accusa a Hollywood di vulcanica «egomania»
perché è troppo di tutto, tanto da essere soprannominato dai nemici «Mr. Politically Correct», «Mr. Nice»… Di sicuro è al top della carriera, iniziata nel New Jersey. Solo a trent’anni trovò il primo successo. Racconta: «Andavo in bicicletta alle audizioni. Gavetta e sitcom mi sono servite, specie la lunga esperienza televisiva per la quale ho interpretato ogni scena d’amore possibile. Mi è stato utile nella preparazione del film anche il ricordo delle commedie che prediligo: La signora del venerdì e Scandalo a Filadelfia. Credo anche di aver fatto qualche “furto” cinematografico oltre a scegliere The man I love di Gershwin per l’affresco nelle cittadine dell’America profonda di un tempo. Tengo davvero a questo aspetto del film». Certo, non ha «giocato in difesa» narrando una storia di sentimenti ambientata in anni in cui andare a vedere una partita costava 75 centesimi. C’erano ancora uomini che dicevano «che ci fa una donna in Tribuna Stampa» e nel film il protagonista dichiara: «Certi mestieri saranno da uomini per sempre…» «Vero — ribatte — ma non fa male ricordare usi e costumi passati e magari le signore, se verranno a vederci, si vestiranno come Lexie, cappelli rossi e abiti femminili e i signori si metteranno la brillantina del mio personaggio.
Il cinema ha il potere di unire il passato al presente.
Ci sono nel film temi dell’America che non cambia e cerca strade per cambiare ». A esempio? «Il bisogno di leader, sempre e comunque, anche quando raccontano bugie. Rutherford è considerato un eroe di guerra per aver fatto arrendere un plotone di tedeschi. Invece (ed è la verità che cerca Lexie) si era addormentato in trincea e, nel buio, credendolo uno di loro, i tedeschi avevano deposto le armi, non si erano arresi per il suo coraggio ». Lexie sceglie il meno giovane allenatore e gli lascia dopo il loro primo bacio tracce di rossetto, facendo andare su tutte le furie il campione al quale Clooney assesta anche qualche pugno. Dopo tanti film politici forti come Syriana e Michael Clayton perché mai «Mister Beautiful » (che guida una automobile elettrica ma viaggia su jet privati) ha scelto una commedia con nozze e confetti in barba alla sua vita con tante fidanzate? A Hollywood si osserva che i titoli «impegnati» di Clooney sono tutti andati maluccio al box office anche se Time lo ha definito «The Last Movie Star»… «Per essere longevi nel mondo del cinema bisogna saper cambiare» è la risposta di George. Che ammette di aver seguito come modelli Cary Grant e Gregory Peck nei film brillanti.
Insiste sulle differenze tra immagine pubblica e realtà.
«Io da ragazzo non giocavo al pallone, la mia scuola era troppo piccola per avere un campo di calcio, non ero un rubacuori, ma di una cosa ero sicuro: volevo diventare un vero attore e forse anche un regista. Non voglio essere pagato per il mio talento o la mia fama, ma per i film che dicono al pubblico quello che penso. In chiave di commedia, Leatherheads rientra nella categoria».
